Identità di genere nel Seicento

Uscito nel 1992 Il giudice e la chimera di Piero Spirito raccoglie due casi giudiziari francesi del Seicento che avevano come protagonisti due ermafroditi.
Il primo caso riguardava una ragazza alla quale i giudici avevano imposto di assumere un’identità maschile, in quanto, a loro avviso, la natura l’aveva fatta più maschio che femmina e, dunque, da maschio doveva comportarsi.
Il secondo caso, invece, aveva al centro la complessa vicenda di una Priora di convento che fu, non solo accusata di essere affetta da ermafroditismo, ma anche di avere ingravidato di sé le consorelle.
Tale secondo caso si risolse con la condanna della Priora Angelique del la Motte Villebert d’Apremont la quale, nonostante avesse dichiarato - per bocca del suo avvocato - di essere vissuta da donna per 55 anni (ovvero fin dalla nascita), perché tale essersi (ed essere stata) sempre creduta, dopo un’accurata visita medica, fu giudicata ermafrodito con prevalenza del lato maschile. Fu anche “riconosciuta colpevole di aver abusato dell’uno e dell’altro sesso con uomini e donne” e fu, prima, condannata al rogo e, poi, in seguito a nuovo processo, all’ergastolo.


Il primo caso, quello che riguarda Marguerite Malaure, finì, invece, a favore della protagonista che negò - in una supplica inviata al Re Sole Luigi XIV - di essere affetta da ermafroditismo, ma dichiarò di essere vittima di “mala sanità”: ovvero i medici avevano scambiato per ermafroditismo un caso di “Prolapsu Uteri”.
Ad ogni modo, dopo essersi sottoposta a un’operazione chiururgica, la disfunzione era scomparsa e i caratteri femminili completamente ristabiliti. Dunque, la supplicante chiedeva al sovrano di revocare l’ordinanza dei giudici che la costringeva a vestire panni da uomo e a comportarsi da uomo con grave danno per la sua salute mentale.
Tale caso risulta, oggi, interessante perché, proprio grazie alla supplica inviata al sovrano - sicuramente redatta da un avvocato - si riesce, in qualche modo, a sentire la voce della protagonista che dichiara, più volte, che, al di là di quanto stabilito dai medici, ella era ed era sempre stata una donna. Si sente e si percepisce la sua confusione mentale di fronte all’obbligo impostole di comportarsi come un uomo.
Tra l’altro nella supplica si può leggere:

In fondo al cuore sentiva di essere donna, e le piaceva esserlo, diversamente da quanto accadeva quando era costretta a credersi uomo; e questa idea la faceva soffrire, perché la natura si ribellava. Ubbidiva con ribrezzo alla legge che le veniva imposta. [...] Alla fine era sprofondata in una terribile incertezza sulla sua condizione, e si domandava senza sapersi rispondere: Sono donna o sono uomo? [...] non c’è nulla di più misero del non avere un’identità.
Parole che potrebbero essere scritte anche oggi e che, assieme a quanto illustrato complessivamente dai due casi qui solo accennati a grandi linee, fanno ritenere che la lotta per il diritto all’autodeterminazione dell’identità di genere abbia radici lontane.
Ancora oggi c’è chi fatica a capire che l’identità di genere è una questione mentale: infatti, ci si sente appartenenti a un genere piuttosto che a un altro, indipendentemente da quanto affermato dall’apparenza dei propri genitali.
Un libretto, quello di Piero Spirito, che, se si riesce a reperire, vale una lettura.