Siamo tutti travestiti


L’abito fa il monaco, così come il camice fa il dottore. Questo è un assunto da cui partire: infatti, di fronte a un uomo con camice e stetoscopio che ci chiede di calarci le mutande, noi eseguiamo senza fiatare, cosa che invece non avviene di fronte a un uomo con una tonaca (sempre che, invece, egli non sia il nostro fidanzato).

Cosa segue dalla premessa? Che ognuno di noi quando si veste, in realtà, si traveste, ovvero si abbiglia in modo “consono” a ciò che dovrà rappresentare durante quella giornata o parte di essa. Se dobbiamo rappresentare un uomo in carriera, allora indosseremo un completino più o meno elegante, accompagnato da una cravatta in tinta. Diversamente, se dobbiamo rappresentare un medico, allora indosseremo gli abiti appropriati. Ovvero, in altre parole, a seconda del ruolo che dobbiamo interpretare, indosseremo il “costume di scena” appropriato: in fondo, è tutta una recita che realizziamo per gli altri, per coloro che ci guardano e che incontreremo durante il giorno.

Oltre al ruolo professionale e/o sociale che ognuno di noi è chiamato a interpretare, c’è un altro ruolo che ognuno è obbligato dalla società ad assumere: quello relativo all’identità di genere. In altri termini, un uomo deve rappresentare un maschio e una donna una femmina. In definitiva, l’abito fa (e deve fare) il maschio o la femmina. Ognuno di noi, quindi, quando si veste, indossa capi di abbigliamento che nel paese dove vive sono comunemente associati al proprio sesso di appartenenza. In realtà, se la funzione dell’abito fosse solo quella di difendere il corpo dal freddo e/o di nasconderlo alla vista altrui (coprendone, ad esempio, gli organi genitali) una gonna o un calzone sarebbero indifferenti. Invece, l’abito deve definire dei confini, tracciare delle differenze e, allora, una gonna (nella nostra società) non è simile a un calzone, ma è capo di abbigliamento che va a definire una donna.

Alcune persone scavalcano le differenze di genere e indossano capi di abbigliamento associati al sesso differente dal proprio. Fanno del travestitismo (o crossdressing). Il travestitismo, ovviamente, non va confuso con la transessualità che è cosa assai diversa. In soldoni, si può dire che chi si traveste appartiene psicologicamente al sesso anagrafico, ma ama indossare gli abiti del sesso opposto (ossia il sesso che non gli appartiene). Un transessuale ha, invece, un’identità psicologica differente da quella sessuale registrata all’anagrafe e vuole assumere proprio quella sessualità che sente appartenergli.


Cosa disturba in un travestito? In genere disturba il fatto che chi si traveste dichiara implicitamente un rifiuto: il rifiuto di sottostare a delle regole. Un travestito è, molto spesso inconsapevolmente, un anarchico, un dissidente. È una persona che sconfina. Lo sconfinare è sempre decifrato come una minaccia, un attacco personale. Ecco, in genere, ci si sente minacciati da una persona che si traveste, minacciati personalmente.
Tale minaccia è vissuta – generalmente – in modo molto più forte da chi non vive serenamente la propria identità sessuale, da chi, consapevolmente o inconsapevolmente, non si accetta pienamente per quello che è. Si teme, generalmente, di essere confusi o associati a coloro che sconfinano, di essere annullati da coloro che sconfinano…
Chi, invece, non si sente minacciato da chi sconfina, in genere ottiene un divertimento (nel doppio senso etimologico e letterale del termine) dal travestimento. Non per nulla, il travestimento è una pratica obbligatoria durante certi periodi dell’anno associati a un sovvertimento (ludico) della realtà.