Le etichette rendono liberi

Qualcuno ritiene che non definendosi in alcun modo pratichi un atto rivoluzionario e di liberazione. Afferma, cioè, di non sentire il bisogno, ad esempio, di definire con precisione il proprio orientamento sessuale e non perché ne abbia uno “fluido” o non ne abbia alcuno, ma perché è convinto che basti la definizione di “essere umano” a completarlo.

Non nego che, in un mondo ideale, tale posizione potrebbe essere valida, ma, in questa società, a mio avviso, essa è inconsistente e inconcludente.

Sono convinto, invece, che definirsi sia essenziale.
Chi non si definisce, infatti, corre il serio pericolo di essere confuso con altro. Di non vedersi riconosciuto nella propria individualità. Di essere inglobato nella maggioranza (e più raramente in una minoranza), per il semplice fatto di non dichiarare una diversità.
Definirsi, invece, dà diritto di esistenza a sé e al proprio modo di essere.
Affermare di essere, ad esempio, bisessuali, evita l’equivoco di essere scambiati per eterosessuali o per omosessuali/lesbiche. Ovvero, dà, al contempo, diritto di esistenza alla bisessualità in genere e al bisessuale in quanto tale.
Analogamente, in altro contesto, definirsi atei fa sì che non si venga confusi per e coi credenti.

Rivendicare il proprio diritto a esistere è il primo passo verso la conquista della libertà. Libertà di essere se stessi e di poter vivere pienamente secondo la propria natura.
In altre parole, affermare “Io sono...” equivale anche a dire “Io rivendico il diritto di essere come sono”.

Ovviamente, essendo ogni essere umano un individuo mutevole, anche le etichette che lo definiscono sono mutevoli. Cambiano con il passare del tempo.


In conclusione, ritengo che le etichette rendano liberi perché, definendo un modo di essere, lo rendono reale e concreto. Lo rendono possibile.