La morte della bellezza: intervista a Benedetto Sicca

Mauro Lamantia e Benedetto Sicca in La morte della bellezza

Era in programma per Illecite/Visioni 2015, rassegna di teatro omosessuale a Milano, tenutasi al Teatro Filodrammatici, e, come da previsioni, ha chiuso con grande successo e ottimo ritorno di pubblico la programmazione della quarta edizione della rassegna: parliamo de La morte della bellezza, testo letterario di Giuseppe Patroni Griffi, trasposto in teatro sotto la sapiente regia di Benedetto Sicca, autore e regista allo stesso tempo, e con la recitazione impeccabile di Mauro Lamantia

Abbiamo intervistato Benedetto Sicca, parlando di come è avvenuto il lavoro sull'opera, che nasce come romanzo e non come testo teatrale, di quale sia la bellezza narrata nel racconto e di come sia stata messa in scena, di rapporto tra teatro e letteratura e, infine, del ruolo, "importantissimo", come lo definisce lo stesso Sicca, del teatro a tematica GLBT nella nostra attualità contemporanea.

Perché aver scelto un autore del calibro di Giuseppe Patroni Griffi?
È stato scelto perché è parte di un progetto organizzato col Teatro Mercadante di Napoli. 
È un progetto triennale che ogni anno vede autori unirsi a registi nel lavorare su testi letterari: uno di questi anni vedeva Giuseppe Patroni Griffi come autore letterario. 
Mi avevano chiesto di affrontare i suoi racconti per metterli in scena, ma, poi, ho pensato di scegliere La morte della bellezza per diversi motivi.

Il lavoro con l'attore, Mauro Lamantia, da regista e da attore quale tu sei stato nella rappresentazione, come è stato?
Un rapporto normale tra regista e attore. 
Esiste tra di noi un vero rapporto di costruzione, di collaborazione e di creazione. 
Chi lavora con me sa già cosa lo aspetta. 
Questo lavoro vedeva un maggiore impegno non solo per il corpo, ma anche per una modalità di stare in scena con delle forti differenze riscontrate di sera in sera. 
Tutto questo è avvenuto su una base di una profonda collaborazione. 
Il progetto vede, pertanto, un nucleo di artisti che collaborano insieme.

Che cosa significa, e cosa ha significato per te, trasporre un testo letterario in prosa teatrale?
Significa, e ha significato, sfidare un linguaggio e trovare una via affinché quel linguaggio potesse passare dalla pagina scritta allo spazio. 
C'è un vero passaggio da effettuare anche in presenza di pagine scritte per un testo teatrale. Si vede, così, una sfida linguistica possibile per qualunque linguaggio affrontato. 
Un nucleo teatrale è presente, quindi, anche in una pagina di giornale, nell'elenco della spesa, che non vale mettere in scena. 
Il racconto, però, nella sua portata valeva metterlo in scena. 
Non credo sarà l'ultimo romanzo a essere messo in scena.

L'estetica è un elemento centrale in questa rappresentazione: come comunicare questo significato attraverso la messa in scena del teatro?
Attraverso la sottrazione che potesse lasciare spazio alla iperfioritura della parola, attraverso il pensiero che avanza intorno alla fotografia: immaginare due corpi sospesi nel nero della scena, attraverso un disegno di luci non articolato. 
Il tutto suggeriva quelle vecchie foto con l'alone e tale da fare fuoco sull'estetica, che fosse evocativa del tempo con una narrazione snella. 
I corpi appaiono come sospesi, agendo in una modalità sottrattiva e non additiva.

Quanto di Patroni Griffi c'è o ci può essere in Benedetto Sicca?
Non c'è niente. Ogni volta che si mette in scena un testo c'è il riversaggio d'urgenza del regista, autore di secondo grado, nell'autore, e viceversa. Ti scambi dei succhi organici con l'autore, anche nel caso che quest'ultimo non fosse più vivente. 
Nella scena vediamo una mano in una proiezione sul telo che scrive, ed è la mia mano: ma poteva essere anche la mano dello stesso Patroni Griffi nel mentre prendeva appunti. 
Esiste, così, una confusione di autori; ma questo non ha a che vedere con l'ispirazione o il punto di riferimento, fatto, questo, assai più raro. 
Non è Patroni Griffi certamente che mi ispira o che possa considerare punto di riferimento, pur ammirandolo e gioendo nell'averlo conosciuto, dal vivo, una fortuna, e nell'averlo studiato. 
È stata, questa, un'emozionante opportunità.

Quale era il concetto di bellezza nel testo letterario e come è stato rappresentato?
Credo che lo spettacolo risponda a quel concetto, in quanto aggiungere chiose poteva apparire ridondante. 
La risposta rimane aperta e soggettiva, in cui ciascuno di noi può trovare una propria sponda.

Benedetto, possiamo anticipare altri lavori a cui ti stai dedicando?
Sto lavorando a una ripresa de Il giardino dei ciliegi, con cui ho già debuttato ai Filodrammatici di Milano. Poi sto lavorando al Pigmalione, che debutterà al Teatro Stabile di Napoli. 
E in cantiere vi sono altri lavori non ancora graniticamente scolpiti e che non anticipo per questo motivo.

Teatro e temi GLBT: perché ancora oggi proporlo e come proporlo?
Oggi risulta importantissimo affrontarlo, tanto più che oggi si sta assistendo a una deriva reazionaria e scriteriata come l'inventarsi una teoria, quella denominata gender, che non esiste. 
Ci sono momenti molto bui nella storia. 
Per quanto riguarda come proporlo: il come organizzare una rassegna non è il mio lavoro; il come fare teatro è essenzialmente da un lato porsi delle domande e condividerle su quei temi, dall'altro parlare di amore, semplicemente, più che del gusto proprio.