Sentenza storica in Cina: clinica condannata per aver trattato l'omosessualità come malattia

Yang Teng
In un Paese, quale è la Cina, in cui, fino al 1997, l'omosessualità dal codice penale era considerata reato e in cui, fino al 2001, era ancora prevista nell'elenco delle malattie psicologiche riguardanti disturbi comportamentali, è storica la sentenza di una Corte nel nord di Pechino, distretto di Haidian, in cui si afferma che tale orientamento non può essere trattato come una patologia e, quindi, gay e lesbiche non devono essere sottoposti a trattamenti sanitari, tra cui l'elettroshock, degradanti e disumani, insussistenti e scientificamente inconcepibili. 
Il caso nasce grazie a un ricorso fatto da un ragazzo, dichiaratamente gay, Yang Teng, presentatosi alla stampa internazionale sotto lo pseudonimo di Xiao Zhen, che aveva deciso di sottoporsi a trattamenti sanitari e a interventi proposti come utili a debellare la "strana patologia", propagandati da una clinica della cittadina sud occidentale della Cina, Chongqing. 
Il ricorrente dichiara al "Wall Street Journal" di essere stato in uno stato di ipnosi in un ambiente illuminato a intermittenza e di aver dovuto sopportare l'elettroshock. 
Il rapporto tra omosessuali e servizio sanitario in Cina non è mai stato idilliaco, tanto che fino al 2012 gay e lesbiche non potevano donare il sangue, divieto che ancora oggi sussiste per i primi. 

Yang ha voluto con fermezza e coraggio denunciare questo trattamento denigratorio alla magistratura che, proprio il 3 gennaio, dopo un periodo di istruttoria, ha provveduto a emettere la sentenza, condannando la clinica a una pena pecuniaria di circa 500 euro di risarcimento per i gravi danni alla persona, nonché invitare la stessa clinica a chiedere pubblicamente scusa sulla home page del proprio sito per i trattamenti "riparativi" attuati nella propria struttura nei confronti delle persone omosessuali. 
La cifra che prevede la sentenza come condanna sanzionatoria amministrativa è abbastanza insufficiente rispetto all'entità dell'atto, ma registra un importante passaggio storico per la Cina e per il proprio ordinamento giuridico e legislativo, nonché, di certo in futuro, culturale. 

La decisione della Corte non ha neppure risparmiato il motore di ricerca, quello più diffuso in Cina dato che Google è stato bannato, Baidu, per avere elencato la clinica come luogo in cui sono attivati trattamenti per curare l'omosessualità: la decisione è stata accolta con serenità dalla società che gestisce il motore di ricerca, il cui amministratore delegato, Kaiser Kuo, ha espresso con entusiasmo come la sentenza abbia fatto giustizia, augurandosi che tali pratiche ignobili e intollerabili vedano una maggiore "vigilanza" da parte delle autorità. 
La sentenza ha anche previsto, infine, un controllo di ispezione per verificare se la licenza lasciata alla clinica sia valido. 

Possiamo dire che tale passaggio sia avvenuto essenzialmente grazie al coraggio del ricorrente, Yang, che ha voluto denunciare il trattamento umiliante, degradante e lesivo della salute subito: coraggio e determinazione che hanno già visto forme di emulazione, tanto che un lavoratore gay di Shenzen, cittadina nel sud della Cina, distretto ad alta concentrazione industriale, ha fatto ricorso contro una società di design, dove lavorava, in quanto i dirigenti dell'impresa lo avrebbero licenziato solamente per aver visto sulla rete un suo video in cui si apprendeva del proprio orientamento sessuale. 
Qual è stata la sentenza della corte a cui il lavoratore ha fatto ricorso? Il giudice ha condannato la società, accogliendo, cosi, il ricorso fatto. 

Le discriminazioni in Cina, però, non possono essere considerate superate, nonostante i buoni segnali dimostrati ultimamente da diverse corti, che portano il Paese asiatico ad avvicinarsi ai livelli, seppure ancora in modo remoto, di civiltà e di tutela dei diritti presenti in Occidente: troviamo ancora genitori, generazioni appartenenti a una cultura sociale precedente, che portano i curricula dei propri figli nel parco per trovare la migliore "candidata sposa" per il proprio figlio. 
La tradizione ancora impone che un ragazzo si debba sposare: questo fenomeno, il 90 per cento di uomini omosessuali accettano di sottostare a tale regola, ha determinato la crescita dei cosiddetti homowives, ossia di gay che si trovano costretti a convolare a nozze con una donna, in quanto vittime di un conformismo che vuole proteggere la cosiddetta "tradizione di famiglia". 
Le conseguenze di questa tendenza porta a vedere sposi alienati che non possono vivere felici un rapporto di coppia, affiancati da mogli depresse: molte donne chiedono il divorzio, come denuncia il "China Daily" in base a diverse testimonianze ultimamente raccolte. 

Non finisce, comunque, qui il caleidoscopio sociale ancora difficile in cui gay e lesbiche si trovano a vivere in Cina: la maggioranza dei licenziamenti sono dovuti a motivi legati all'orientamento sessuale, così come imperversano discriminazioni sui luoghi di lavoro a danno di omosessuali, vedendo molte persone costrette a non dichiararsi o a vivere nel silenzio in quanto rischierebbero di essere emarginate e perseguitate dai propri colleghi. 
Molti non reggono la situazione e si vedono costretti a chiedere loro stessi il proprio licenziamento per liberarsi da una pesante condizione persecutoria. 

Finora si è utilizzato il termine "gay", giustamente, per riferirsi a omosessuali cinesi di genere maschile: il termine era stato sostituito nel 2001, anno in cui l'omosessualità fu derubricata dall'elenco delle malattie, dagli organizzatori del primo festival di cinema a tematica omosessuale da tenersi a Pechino per celebrare l'importante svolta attuata dal regime, con il termine "tongzhi", ossia "compagno". 
Perché questa manovra linguistica e lessicale? I proponenti il festival dovevano raggirare qualsiasi eventuale ostilità da parte delle autorità, inflessibili e zelanti dirigenti del Partito di stato, il Partito Comunista, e sicuramente la parola "gay" avrebbe destato qualche opposizione. 
Il festival venne fatto con l'avvallo delle autorità, ligi custodi dei valori della rivoluzione, in quanto il termine "compagno" non aveva destato nessun tipo di contrasto: oggi "tongzhi" è entrato a fare parte, in modo divertente, scherzoso e sarcastico, del gergo comune usato all'interno dello stesso movimento GLBT cinese, come potrà confermare Hu Zhijun, portavoce di PFLAG, Parents family and friends of lesbian and gay, una delle più rilevanti ONG cinesi a tutela dei diritti GLBT. 

Hu Zhijun ha sottolineato in modo rilevante, in riferimento della sentenza della Corte di Haidian, che in Cina, grazie al coraggio di Yang, si possa aprire una strada per tutti coloro che vogliano denunciare maltrattamenti, discriminazioni o persecuzioni perché omosessuali e come tale speranza possa essere confermata nel vedere una nuova generazione diversa e più determinata di quella precedente nel rivendicare la propria dignità e i propri diritti di esistere, innanzitutto.