Gide ricorda Wilde

Oscar Wilde
Il 30 novembre 1900 moriva Oscar Wilde
L’anno successivo André Gide stese un memoriale nel quale raccontava i suoi incontri con il grande scrittore irlandese. Oscar Wilde. In memoriam fu da Gide pubblicato solo nel 1903 e, in Italia, si può leggerlo edito da Stampa Alternativa con il titolo arbitrario e alquanto fuorviante di Gli ultimi anni di Oscar Wilde, dandy decaduto.
Sull'arbitrarietà del titolo c’è poco da dire: salta agli occhi. 
Sul suo essere fuorviante si specifica che nel suo memoriale Gide parla di Wilde non come di un dandy decaduto, ma come di un uomo che il carcere ha profondamente cambiato
Lascia a Wilde stesso la parola, in modo che sia chiaro al lettore come Wilde considerasse l’esperienza del carcere formativa in modo ben diverso da quanto comunemente si immagina. 
Wilde, infatti, affermava che il carcere gli aveva insegnato un sentimento bello quale è la pietà:
“Sono entrato in prigione con un cuore di pietra: non pensavo che al mio piacere... Ora invece il mio cuore s’è aperto alla pietà: ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista...”
Parole che non si addicono né all'immagine di un dandy libertino e svagato, amante della bella vita, né a un dandy decaduto che, si suppone, possa rimpiangere i bei tempi andati. 
No, quelle che Gide riporta, sono parole di un uomo che è profondamente cambiato. Un uomo lontano da ogni estetismo. Un uomo vicino, vicinissimo, alla sofferenza. La sofferenza degli altri, più che la sua. Un uomo che la vita ha cambiato in meglio, pur avendo ridotto in stato di povertà.
André Gide
E Gide, che era uno scrittore sensibile, aveva colto profondamente il mutamento. 
Il suo mostrare il Wilde pre-carcere come un uomo dalla conversazione sfavillante e il Wilde post-carcere come un uomo dai denti marci e corroso dalla miseria e dalla solitudine, ad avviso di chi scrive, molto probabilmente non aveva come fine quello di mostrare allo sguardo curioso e impietoso del pubblico la caduta di un dandy (e per questo il titolo italiano è infelice), bensì mostrare come un uomo di genio quale Wilde fu abbia saputo avvicinarsi all'Umano anche se dagli uomini è stato trattato peggio dei peggiori criminali.
E non va taciuto il fatto che è proprio il Wilde post-carcere, quello ridotto in miseria, a dare a Gide gli insegnamenti di vita più cocenti. Quelli che lasciano il segno nell'anima di chi sa coglierli. 
Ad esempio, a Gide che lo incontrò in un bar di Parigi ormai ridotto sul lastrico, Wilde, accortosi che Gide si vergognava di mostrarsi in sua compagnia, disse:
“Quando in altri tempi incontravo Verlaine, non mi vergognavo di lui. Ero ricco, felice e carico di gloria, ma mi sembrava che sedergli vicino, anche quando lui era ubriaco, fosse per me un onore”.
Parole che a Gide, si suppone, devono essersi stampate a fuoco sulla carne, perché doveva essergli chiaro che Wilde non aveva citato Verlaine a caso: un poeta grande; un uomo sposato che precipita nella miseria per amore di un altro uomo (il giovane Rimbaud); un artista che pure se è ridotto sul lastrico è un onore poter frequentare... Un Verlaine che è in tutto simile a Wilde stesso...

Quando scrisse il memoriale Gide era ancora ben lontano dal suo coming out: solo nel 1924, infatti, dichiarò pubblicamente la sua omosessualità. 
Erano gli anni della sua ascesa letteraria: del 1902 è L’immoralista e del 1909 La porta stretta. A questi, seguirono altri importanti romanzi che valsero allo scrittore il Premio Nobel per la Letteratura nel 1947.
Anni laboriosi in cui si potrebbe supporre che Gide tenesse molto alla sua immagine. 
Eppure non ebbe paura di mostrare al mondo un Wilde gigante di Umanità, ben lontano dal Wilde corruttore di giovani e lussurioso sodomita descritto dalle cronache giudiziarie.
Un Wilde, quello descritto da Gide, che è necessario scoprire.