Capote scelse di morire

Truman Capote da giovane
A poco più di quindici anni dalla sua prima edizione americana (avvenuta nel 1997) arriva in Italia, edita da Garzanti, la biografia che George Plimpton (1927 - 2003) ha dedicato a Truman Capote.
Si tratta di un volume (di oltre 450 pagine) che raccoglie diverse interviste a personaggi famosi (e non) che hanno avuto la fortuna (o sventura) di conoscere e frequentare Truman Capote. Le interviste sono assemblate e presentate al lettore in modo da creare una continuità cronologica che rispecchi la vita del grande scrittore statunitense.
Ne esce un ritratto frastagliato e non privo di contraddizioni in quanto Capote è visto (senza filtri apparenti da parte di Plimpton) con occhi via via diversi. Occhi pieni di affetto o di rancore.
Ecco, allora, che lo stesso episodio, a seconda di chi lo racconta, può assumere un significato positivo o negativo. Sta al lettore decidere se dare maggiore credito alle voci a favore o a quelle a sfavore.

Il volume, dunque, se ha il merito di presentare Truman Capote a tutto tondo, si perde, però, in una miriade di dettagli che poco o nulla hanno a che fare con l’autore di A sangue freddo.
Infatti, spesso e volentieri, l’intervistato di turno non lesina nel riferire particolari e sensazioni che lo riguardano in prima persona, ma, si ripete, hanno scarsa o chiara attinenza con Capote.
Questo comporta il pericolo, per il lettore distratto, di perdersi in mille rivoli e non riuscire a focalizzare appieno la figura di colui che va sicuramente annoverato tra i grandi scrittori del Novecento.
Anzi, se non si conosce in prima persona l’opera dello scrittore, si fa fatica a capirne la grandezza letteraria.

Meglio si percepisce la complessità dell’uomo.
La vita di Capote, infatti, è passata al setaccio e ne esce il ritratto di un uomo geniale e contraddittorio.
Uno scrittore lirico ma documentatissimo (inventore del romanzo inchiesta); un uomo assai coraggioso (fu, forse, il primo personaggio famoso a fare pubblicamente coming out), ma non al punto da sopportare di perdere l’amicizia di chi non aveva gradito le sue pagine sull’Alta Società internazionale; un uomo assai generoso, ma incline al pettegolezzo malevolo…

Toccanti le pagine finali che ricostruiscono gli ultimi giorni di vita di Capote e come lui scelse con piena consapevolezza di non combattere contro l’arrivo della morte, ma andarsene.
Piene di riconoscenza, poi, le pagine in cui Kate Harrington, figlia di John O’Shea (uno degli amanti di Capote) rievoca gli anni passati accanto al grande scrittore che la ospitò a casa sua e le fece da vero e proprio pigmalione.
Assai ben fatta, infine, l’intervista (riportata integralmente) che Plimpton fece a Capote nel 1966 su A sangue freddo.

Truman Capote di Plimpton, però, è, in definitiva, un volume che non è in grado di rendere giustizia al Capote scrittore e assomiglia di più a una troppo lunga e dettagliata trascrizione di una cena tra amici che lo hanno conosciuto e ne ricordano gli episodi più glamour (come il famoso ballo in bianco e nero al Plaza Hotel di New York) o scabrosi (come l’assidua frequentazione dei locali più sordidi della scena gay newyorkese o l’uso e abuso di droghe e alcolici), piuttosto che a una vera e propria biografia ragionata.

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