Tutto è già definitivo


Premessa non dovuta


Ho saputo del suicidio dell’ex compagno di Matteo B. Bianchi da subito, da prima di conoscerlo personalmente e di leggere i suoi libri: me ne aveva parlato una conoscenza comune.

Con Matteo B. Bianchi non ho mai avuto occasione di affrontare l’argomento, anche perché ho avuto modo di incontrarlo solo due o tre volte.

Quando ho presentato un suo libro, però, ricordo che dal pubblico ci fu chi gli chiese come era proseguita la storia raccontata in Generations of love

Ero intervenuto rispondendo al posto suo: avevo cambiato bruscamente discorso, arrogandomi, in tal modo, il ruolo non richiesto di difensore della privacy. 

Ora a raccontare come si sono svolti i fatti ci ha pensato Matteo B. Bianchi in prima persona.

E lo ha fatto in maniera magistrale.


Premessa dovuta


Quella che segue è la spiegazione del perché, a mio parere, quello di Matteo B. Bianchi è un racconto magistrale.

In alcun modo questa nota deve essere letta come un’intromissione nel vissuto dell’Autore o, peggio ancora, come un giudizio su di esso (il vissuto, infatti, resta non giudicabile, specie dagli estranei come io sono per Matteo B. Bianchi).


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La vita di chi resta di Matteo B. Bianchi edito quest’anno da Mondadori oltre ad essere un romanzo scritto in maniera magistrale, è anche un libro necessario: necessario sia a coloro che sopravvivono al suicidio di una persona cara, perché ne racconta il dolore con finalità catartiche; e sia al completamento del filone autobiografico portato avanti dall’Autore, che, in tal modo, restituisce al lettore un quadro un po’ più nitido del proprio vissuto.


Un romanzo che assomiglia in modo sorprendente a un memoir o a un’autobiografia tanto che il lettore comune tende a non tener conto né del fatto che il libro, appunto, si presenta come un romanzo; né che al suo interno l’Autore dichiara apertamente che alcuni fatti sono stati adattati per rendere la narrazione presentabile al lettore.

Una “dimenticanza”, quella del lettore, che si crede sollecitata proprio dalla magistrale scrittura dell’Autore che prosegue come nulla fosse proprio con i toni dell’autobiografia e del memoir.


Ed ecco, allora, un procedere narrativo fatto di capitoli brevi e brevissimi; quasi degli appunti diaristici trascritti paro paro nel libro.

Scrittura magistrale, appunto: l’Autore non vuol dare al lettore la sensazione di star leggendo un libro “ragionato”, ma, appunto, una trascrizione poco meno che brutale di pagine di diario.

Un modo per neutralizzare il senso critico del lettore di fronte all’intento dichiarato e profondo del romanzo: essere una catarsi (per il suo Autore e per i sopravvissuti a cui il libro è dedicato).


La storia raccontata nel romanzo è quella del dolore immenso provocato in Matteo dal suicidio del suo ex compagno.

Un dolore «sporco» perché intriso di sensi di colpa: il non aver compreso che il disagio del suo ex era arrivato al punto di non ritorno; l’aver sottovalutato l’intenzione dichiarata di commettere suicidio; il non aver dato all’ex compagno un’altra possibilità per tornare a essere una coppia (più o meno felice).


E, di fronte a tali sensi di colpa e al dolore immenso provato per anni, il lettore non può fare altro che solidarizzare con Matteo: non solo non ha alcuna colpa per la scelta compiuta dal suo ex, ma ne è una vittima.

Solidarietà reale, dovuta, veritiera.


Ma anche acritica e non per “distrazione” del lettore, ma come conseguenza - si crede ricercata - della magistrale scrittura dell’Autore che, sì, qui e là lascia intravedere le accuse di cui gli fa carico il suo ex; ma sulle quali il lettore tende a sorvolare e minimizzare.


Ma, in vero, quelle mosse dal suo ex sono accuse “pesanti” che, sintetizzando brutalmente, puntano a rinfacciare a Matteo di avergli sbattuto la porta in faccia, serrandola per sempre.

Vero che S. (il suo ex) a tre mesi dalla separazione aveva ancora le chiavi di casa.

Ma altrettanto vero che quelle chiavi non erano più quelle della loro casa, ma della casa del solo Matteo.


S. accusa Matteo di aver scritto la parola definitiva e conclusiva sul loro rapporto.

E lo fa in modo plastico: suicidandosi proprio sotto l’arco di quella porta di casa che gli è stata serrata alle spalle.

E ha un bel dire Matteo che - secondo lui - S. si sarebbe suicidato in quella casa per non provocare all'anziana madre lo shock di ritrovarne il cadavere.

A parere di chi scrive questa nota, invece, non deve sfuggire il valore simbolico della scelta di S.


E neppure deve sfuggire la dichiarazione di Matteo di non aver mai più riletto il quaderno lasciatogli da S. a mo’ di lettera d’addio.

Una rilettura che Matteo teme potesse avere su di lui un effetto «devastante».

Timore comprensibile; ma il non aver riletto, in qualche modo, reitera proprio quella cessazione del “dialogo” di cui S. lo ha accusato e che ha tentato di “scavalcare” proprio scrivendo quel quaderno.


Ma, d’altro canto, come si fa a “dialogare” con un morto?

Non è possibile: tutto è già detto. 

Compiuto. 

Definitivo.


E, a ben vedere, a rendere tutto definitivo è stato proprio il gesto di S.

Gesto accusatorio e che non lascia la possibilità all’altro né di discolparsi, né di “riparare” in qualche maniera. 

Gesto definitivo e irreparabile.


Un gran bel romanzo quello di Matteo B. Bianchi; che coinvolge e commuove e di cui si consiglia la lettura.


La vita di chi resta è disponibile in Amazon.  


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