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Un romanzo troppo costruito

Cani randagi di Roberto Paterlini edito da Rai Eri narra le tristi storie d'amore di un gruppo di personaggi, tutti omosessuali, vissute in tre periodi storici diversi: la prima si snoda negli anni del Fascismo omofobo e machista; la seconda negli anni Ottanta dell'emergenza AIDS e la terza ai giorni nostri.
Sono storie nelle quali l'amore non può essere vissuto con serenità, o perché lo Stato condanna al confino e all'infamia; o perché la malattia si introduce nel rapporto di coppia come un "convitato di pietra" o perché si ha talmente paura dei sentimenti che si preferisce rinunciare a viverli normalmente.
Storie i cui protagonisti, per le strane coincidenze della vita,  finiscono per incrociarsi.
Tristi amori che, però, si ha la sensazione che non commuovano più di tanto i cuori dei lettori, lasciandoli tutto sommato indifferenti.
La ragione di tale effetto (si crede non cercato dall'Autore) potrebbe risiedere nell'elaborata costruzione narrativa del romanzo. Il testo, infatti, non procede in modo lineare, ma ha, tra l’altro, continui cambiamenti di punti di vista e di voce narrante (passando dalla prima alla terza persona); di convenzioni narrative (ad esempio mutando spesso il modo di riportare il discorso diretto libero) e fa sfoggio di vezzi stilistici che rendono difficoltoso al lettore il vivere emotivamente le vicende  di questo o quel personaggio.
In altre parole, il lettore può avere la sensazione di essere costantemente richiamato dall'autore su quanto attiene le tecniche narrative e ciò va a scapito di un suo pieno coinvolgimento emotivo.
Sia chiaro che non si sta affatto affermando che Cani randagi è un romanzo brutto o non meritevole di attenta lettura, ma si vuol solo dire che, probabilmente, nelle mani di un narratore consumato l’architettura che sorregge la storia sarebbe scomparsa a tutto vantaggio della piena fruizione da parte del lettore; ovvero sarebbe emersa in tutta evidenza quella materia viva in grado di scaldargli il cuore.
Restano ben tratteggiati alcuni personaggi, tra cui Luigi, la cui omofobia interiorizzata (che gli fa rimarcare la sua distanza dagli altri omosessuali) aggiunge disagio alla violenza e all’umiliazione che l’omofobia di Stato gli fa subire condannandolo al confino; e Giacomo, talmente impaurito dai sentimenti, da pretendere assurdamente di guardare l’amore con gli occhi del cervello e non con quelli del cuore.
Il romanzo ha vinto il premio letterario “La Giara”.

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