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Ritorna, voglio stare con te, ti amo

“La sola parola vera è: ritorna, voglio stare con te, ti amo” scrisse da Londra il 5 luglio 1873 Arthur Rimbaud a Paul Verlaine che, dopo l’ennesimo litigio, era “fuggito” a Bruxelles.
Verlaine non tornò, ma chiese a Rimbaud di raggiungerlo nella città belga dove, il 10 luglio, ubriaco e in preda alla disperazione, sparò all’amico e compagno. Il diciannovenne Rimbaud fu ferito a una mano; il ventinovenne Verlaine, dopo la denuncia di Arthur, fu arrestato e condannato a due anni di prigione (poi ridotti per buona condotta).
Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud di Giuseppe Marcenaro edito da Bompiani parte da tale celebre sparatoria tra i due illustri poeti (a quel tempo sconosciuti) e ricostruisce nel dettaglio la loro tormentata e intensa storia d’amore; oltre a pubblicare le carte del fascicolo processuale relativo al caso giudiziario che la sparatoria generò.
Una storia d’amore, quella tra Verlaine e Rimbaud nata due anni prima (nel 1871, dunque) a Parigi, quando Rimbaud raggiunse Verlaine che lo aveva chiamato nella capitale, dopo aver letto delle poesie che l’adolescente gli aveva mandato per un giudizio.
“Venite subito grande anima” gli aveva scritto Verlaine e Rimbaud non se lo era fatto ripetere due volte: senza neppure un bagaglio, aveva preso il treno e aveva raggiunto Verlaine.
L’amore venne a sconvolgere e travolgere: Verlaine si era sposato da poco e da pochissimo aveva avuto un figlio dalla moglie. Il matrimonio andò a rotoli, anche perché Verlaine e Rimbaud vissero la loro storia senza nasconderla troppo e alimentando il pettegolezzo e, quando parve che Parigi non potesse più essere il luogo adatto per il loro amore, i due fuggirono nottetempo dalla capitale francese, per recarsi prima a Bruxelles, poi a Londra e, infine, di nuovo a Bruxelles.
Ma l’amore tra i due non era solo “rose e fiori”: a causa delle sbronze continue; dello stato di quasi miseria in cui vivevano (mantenuti entrambi dalla madre di Verlaine); del carattere difficile di Rimbaud e di quello altrettanto problematico di Verlaine, i due alternavano momenti felici con continue liti.
Un rapporto, il loro, in cui - probabilmente - era forte la componente sadomasochistica, vissuta sia durante gli amplessi, sia fuori dal letto.
Turbolenze che portarono alla sparatoria che, però, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non pose fine al loro amore. Rimbaud, infatti, fece il possibile per non far condannare l’amato (arrivando anche a ritirare la denuncia) e i due rimasero in contatto anche dopo la condanna di Verlaine.
Solo quando Rimbaud sparì (recandosi in Africa) il loro rapporto fisico cessò. Non l’amore; almeno quello che Verlaine aveva provato per Arthur, se è vero che, praticamente, la fama di Rimbaud come poeta la si deve, in buona sostanza, all’amorevole cura che Verlaine dimostrò sempre nei confronti dei versi dell’amico.
Il bel saggio di Marcenaro ricostruisce, come detto, tale amore, non mancando di disegnare anche le figure di contorno: dalle madri dei due, al giudice del processo; passando dalla moglie e dalla suocera di Verlaine, e dagli amici e conoscenti che, in un modo o nell’altro, furono testimoni degli eventi.
Un libro non solo da leggere con piacere, ma anche da guardare, fitto com’è di illustrazioni.


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