Quando l'Amore bussa alla porta


Io sono l’Amore di Luca Guadagnino è un film complesso che ricorda, per atmosfere, ambientazione e sviluppo, certo cinema di Luchino Visconti (come Vaghe stelle dell’Orsa o La caduta degli dei) e, ancor di più, di Pier Paolo Pasolini (Teorema).
Scritto da Guadagnino, Ivan Cotroneo, Barbara Alberti e Walter Fasano, racconta dello sconvolgimento che si crea all'interno di una compassata famiglia dell’alta borghesia milanese quando alla porta suona l’Amore (ossia il giovane Antonio).

Il regista racconta la storia soprattutto affidandosi alla potenza delle immagini e alla bravura degli interpreti (Guadagnino è decisamente un regista di attori), più che al dialogato.
Così, la ricostruzione di parte delle motivazioni dei personaggi, è affidata allo spettatore che è chiamato a unire i puntini per completare l’immagine.
E l’immagine che si è formata dall’unione dei puntini effettuata da chi scrive, ha prodotto quanto segue (non si esclude, però, di averne saltato qualcuno…).

Antonio è amico di Edoardo e con lui progetta di aprire un ristorante tra le colline liguri. Forse, il loro modo di cementare l’amicizia (ossia attraverso gli affari) nasconde, in realtà, il tentativo di sublimare una corrente erotica che li attrae l’uno verso l’altro.

Ma anziché Edoardo, nel letto di Antonio entra Emma, sua madre.
E va detto che Edo e la madre hanno un rapporto davvero intenso, quasi al limite della morbosità; tanto che quando Edo scopre il rapporto che unisce la madre e l’amico, si sente doppiamente tradito (dalla madre e dall'amico, appunto).

Emma, trova la forza di darsi ad Antonio, dopo aver scoperto che sua figlia Elisabetta è lesbica. Il coraggio della figlia che sfida le convenzioni rifiutandosi di sposare il figlio di un amico di famiglia, è di sprone per Emma che decide, dandosi a un giovane dell’età di suo figlio, di vivere appieno la propria natura di donna sensuale (e non è un caso che il riappropriarsi della dimensione del piacere passi attraverso il cibo che Antonio, che è un cuoco sopraffino, le prepara).

Ma la tragedia incombe.
Una tragedia in bilico tra la casualità e la volontarietà.
Una tragedia che porta sia allo sfaldamento della famiglia, e sia alla scelta definitiva di vivere l’Amore.

Il film, si è detto, è di attori.
Piace segnalare le prove eccellenti di alcuni di essi: prima di tutti Tilda Swinton nel ruolo di Emma. La sua è una donna pubblicamente algida, ma, contemporaneamente, capace di grandi slanci d’affetto nei confronti dei figli Edo ed Elisabetta. La sua freddezza si scioglie a contatto con la sensualità di Antonio che la fa uscire dal perbenismo asfittico della borghesia milanese per introdurla nella sensualità di una natura ligure piena di odori e sapori.
Intensa e convincente la prova di Flavio Parenti, un Edoardo vincente giovane uomo d’affari, ma fragile emotivamente che non regge di fronte alla verità (sua e altrui).
Ottima l’interpretazione di Alba Rohrwacher che riempie di umanità la sua Elisabetta.
Ma sicuramente vanno ricordati anche Edoardo Gabriellini (Antonio), Maria Paiato (la governante), Pippo Delbono (il marito), Gabriele Ferzetti (il nonno) e Marisa Berenson (la nonna).

Un film da vedere con attenzione.

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