Condannati alla forca per aver fatto l'amore


Raramente di un libro di storia si dice che è una lettura appassionante e coinvolgente. Se va bene, lo si elogia in quanto saggio approfondito e dettagliato.

L’amore che non osa dire il suo nome di Chris Bryant edito da Neri Pozza è un saggio storico approfondito e dettagliato, ed è anche una lettura appassionante e coinvolgente.

Merito di una scrittura mai pedante e di una narrazione (sì, narrazione) che molto deve sia al romanzo, sia a certi film biografici che, prima dei titoli di coda, riepilogano gli sviluppi della vicenda non esplicitati nella pellicola.

Ed anche nel saggio di Bryant, c’è un capitolo - l’ultimo - nel quale si informa il lettore in merito al prosieguo della vita dei comprimari della storia che è stata al centro del volume.


Una storia, quella di James Pratt e John Smith che oggi - in molti paesi occidentali - suona incredibile: i due, infatti, furono condannati a morte nel 1835 in quanto colpevoli di aver praticato atti di sodomia tra di loro.

Pur essendo due adulti consenzienti e pur essendosi chiusi in una stanza per potersi unire in un amplesso, i due furono ugualmente accusati di non avere «timore di Dio» e di aver dimenticato «l’ordine della natura», essendo stati «sedotti dalla lusinga del demonio».


Da quanto sommariamente esposto, si comprende come l’ordinamento legislativo inglese fosse pesantemente influenzato da quanto la Chiesa d’Inghilterra riteneva lecito o peccaminoso e come i peccati venissero considerati crimini.

E, per la legge inglese, il reato di sodomia doveva necessariamente essere punito con la pena capitale.

Pratt e Smith - che non erano persone abbienti - a differenza di quanto avveniva per i ricchi e i nobili accusati dello stesso reato, non godettero di alcuna clemenza, nonostante la moglie di Pratt si fosse adoperata per far sì che la supplica in cui la si chiedeva avesse come primi firmatari i coniugi Berkshire che, con la loro denuncia, avevano causato l’arresto dei due in flagranza di reato.


James e John furono impiccati il 27 novembre 1835 e la loro fu l’ultima esecuzione per il reato di sodomia avvenuta in Inghilterra.

Dopo di loro, la pena capitale fu sì inflitta, ma non eseguita.

Fu solo nel 1861 che il reato di sodomia smise di essere punito con la pena di morte, diventando un reato che prevedeva come pena i lavori forzati a vita, o, comunque, per un periodo non inferiore ai dieci anni.


Una storia, quella di Pratt e Smith, che pare esemplare per illustrare come l’omofobia di natura confessionale sia stata (e, in molti paesi sia ancora) una piaga che andava (e va) estirpata senza se e senza ma.

E come la Legge non debba confondere un peccato con un reato (e viceversa).


Un volume, quello di Bryant, di cui si consiglia vivamente la lettura.


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