Identità e comportamenti


Sono dell'idea che un comportamento non sia in grado di definire un'identità, soprattuto, poi, se si tratta di un comportamento saltuario.
La percezione che ognuno ha di sé in quanto individuo (e che è parte integrante della propria identità) è talmente soggettiva e coinvolge tante e tali variabili che un comportamento “non fa primavera”.

È l'individuo che definisce la propria identità e lo fa sempre in piena coscienza, non sbagliando, né mentendo.
A mio avviso, le false percezioni di sé esistono solo in casi estremi. In tutti gli altri casi non si produce una distorsione tale da essere erronea o mendace. Si può non accettare la percezione che si ha di sé, non sbagliarla!
Colui che si autodefinisce (quando lo fa per sé e non per gli altri) lo fa sapendo che mentire a se stesso è stupido, oltre che inconcludente.

Per portare qualche esempio, ci si può (come avviene spesso) definire omosessuale a otto anni, senza neppure aver mai visto un uomo nudo. Lo si fa al di là di un comportamento sessuale (che è bene non ci sia). Lo si fa perché lo si è capito e, forse, prima di consumare un atto omosessuale passeranno anni e anni, ma, ad ogni modo, si sa di essere omosessuali. Magari si avranno molteplici comportamenti eterosessuali e nessuno omosessuale, ma ciò non toglie che, davanti allo specchio, ci si percepisca come un omosessuale (magari non praticante).
Parimenti, un adulto eterosessuale consapevole di avere delle pulsioni omosessuali (alle quali dà libero sfogo di tanto in tanto) non per questo deve definirsi bisessuale od omosessuale se, davanti allo specchio, si vede e si sente eterosessuale. Egli è quello che è in base a come si percepisce.
E, ancora, un adulto votato alla castità che non ha mai avuto un rapporto sessuale con chicchessia, è totalemente in grado di percepirsi come etero, bi od omosessuale.

In definitiva, penso che ognuno abbia il diritto di definire la propria identità come meglio crede, in quanto è l'unico che può davvero sapere quello che è.

Ciò detto, oggi, lungi dal chiedere alle persone di autodefinirsi, molti hanno la frettolosa tendenza a etichettare gli altri come fossero prodotti da banco. Li catalogano non solo in base ai loro comportamenti, ma anche in base a ciò che non fanno o non dicono o, peggio ancora, in base al loro aspetto fisico.
Ad esempio, un ragazzino un po’ efebico a cui non piace giocare a calcio corre il serio pericolo di essere etichettato come un “frocetto”, pur essendo, magari, un eterosessuale convinto e praticante. Al contrario, un omone villoso e dai modi bruschi è automaticamente uno sciupafemmine, pur, magari, percependosi e/o essendo un omosessuale convinto.

Oggi non si chiede alle persone “chi sei”, ma le si inchioda allo stereotipo perché ciò che manca non è il tempo per domandare, ma il rispetto verso gli altri.